“Beccato” anni fa con una modesta quantità di sostanza stupefacente: schedato a vita?

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Rispondo subito alla domanda: se non facciamo aggiornare i dati…sì! Nessuno li aggiornerà al posto nostro!

Ma andiamo per ordine.

Come sappiamo, se si è stati sorpresi per uso personale di stupefacenti, la situazione “di allarme” dovrebbe concludersi  con l’invito del Prefetto a non fare più utilizzo di sostanze illegali, nel caso in cui sia la prima volta, o con le sanzioni amministrative del divieto di espatrio e la sospensione della patente.

Nella maggior parte dei casi però la conclusione del procedimento amministrativo ex art. 75 TU stupefacenti (DPR 309/1990) – che, mi ripeto, può riguardare sia l’invito da parte del Prefetto a non fare più utilizzo di sostanze illegali, sia l’aver scontato le sanzioni amministrative come il divieto di espatrio o la sospensione della patente – non viene comunicata alla banca dati CED (o SDI – Database Interforze).

IL CED è il sistema informatico unico di polizia e carabinieri. Serve ad avere immediatamente la situazione penale o amministrativa rilevante (droghe) di una persona. In questo senso è certamente utile ma spesso è usato in modo assolutamente ingiusto.

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Questo significa che anche a distanza di anni si è ancora schedati!

Quindi qualsiasi pattuglia, o qualsiasi funzionario di polizia, può vedere senza difficoltà la segnalazione di cui stiamo parlando. Ciò, oltre ad essere estremamente imbarazzante, può procurare ingenti danni alla nostra immagine e perchè no alla nostra professione. Potrebbero riscontrarsi problemi anche per quanto riguarda la possibilità di fare concorsi pubblici.

Se veniamo fermati alla guida per un normale controllo, le forze dell’ordine potrebbero procedere alla perquisizione della macchina. Ed anche se non si ha nulla da nascondere ciò può risultare estremamente avvilente

.

Nella maggior parte dei casi, nel momento in cui un membro delle forze dell’ordine nota, durante semplici controlli di routine, l’irregolarità del passato, cambia atteggiamento nei riguardi del controllato. Delle volte lo tratta come un criminale, anche se l’illecito è avvenuto 10 anni prima. Spesso viene effettuato l’alcool-test e l’ormai sempre più utilizzato droga-test.

E si pensi che questo può avvenire davanti alla propria compagna, ai propri figli o ad un collega, o ad un proprio superiore.

Tutto ciò è assolutamente ingiusto ed illecito

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Ed allora si resta schedati a vita? NO! Fortunatamente l’art. 10 della legge 121/81 prevede la possibilità di essere cancellati dalla banca dati più diffusa, ovvero quella del CED (o SDI – interforze). Per intendersi è quella più accessibile alle pattuglie e ad ogni funzionario di polizia. Dopo la cancellazione si resterà solo negli archivi speciali del Ministero degli Interni (ai fini statistici) ed in quelli attinenti alla lotta al nacrotraffico.

Chi ha diritto? Chiunque abbia ricevuto l’invito del Prefetto a non fare più uso di sostanze illegali e chiunque abbia scontato la sanzione amministrativa.Nel caso in cui dopo la violazione non si è mai ricevuto l’invito al colloquio con l’assistente sociale la domanda di cancellazione può essere richiesta a 5 anni da quando si è stati trovati in possesso della sostanza stupefacente.

CC

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Basta una querela per farci perdere il porto d’armi?

Dal Blog http://www.leggearmi.it/
La domanda sembra strana ma non lo è.
Basta leggere la sentenza del  Consiglio di Stato,  n. 3329 25 luglio 2016.
Contro Tizio era stata presentata una querela per ingiurie, lesioni e minacce gravi.
A seguito della querela (cioè di un atto di un altro privato) a Tizio, il Prefetto di Bari gli ha vietato di detenere armi.
I TAR della Puglia ha confermato tale decisione e lo stesso ha fatto il Consiglio di Stato, con la sentenza indicata.
Il Consiglio di Stato ha scritto che “Invero il titolare di licenza di p.s. è tenuto, come dianzi esposto, a tenere un comportamento ancor più rigoroso di quello richiesto comunemente ad altre persone ed anche una sola querela, per reati di una certa rilevanza e gravità quali quelli di cui trattasi, può giustificare un provvedimento di divieto di detenzione di armi alla luce proprio delle disposizioni del T.U.L.P.S. e della stessa citata circolare ministeriale.”
Tizio aveva presentato una controquerela (ma solo dopo il provvedimento prefettizio) ma questo non è stato sufficiente per il Consiglio di Stato. Ha infatti affermato solo che se – in seguito alla controquerela – uscisse una sentenza che dichiara che i fatti di cui fu accusato Tizio erano falsi, Tizio potrebbe chiedere la revoca del provvedimento restrittorio.
In chiusura riporteremo gran parte della motivazione della sentenza.
La sentenza così come è fatta è viziata da una mentalità di fondo errata.
Tanto per cominciare se uno ci vuole male e ci querela dicendo il falso non vedo proprio perchè questo debba essere sufficiente a farci perdere i permessi in materia di armi.
Faccio l’avvocato da tanto tempo e ho visto anche querele e denunce del tutto false, fatte al solo scopo di danneggiare o estorcere denaro.
Sarebbe stato quindi logico e giusto specificare che, in presenza di una querela, l’autorità amministrativa aveva il diritto ed il dovere di esaminare la situazione e decidere ma non sulla sola lettura della querela ma sull’esame dei fatti concreti! Perlomeno per come appaiono a prima vista, magari ascoltando dei testimoni o valutando prove o indizi sommari o perlomeno che deduzioni che prescindono da quanto esposto dalla controparte.
Il concetto di fondo sembra sempre il solito: tu cittadino non hai alcun diritto di avere un’arma. Io Stato te lo posso concedere solo se mi va e quando mi va.
In pratica il concetto di base diventa quello che se vuoi conservare il diritto di avere un vecchio fucile da caccia, se ti sputano in faccia ringrazia, se trovi tuo marito o tua moglie che fa sesso nel tuo letto, ringrazia e chiudi la porta, se ti pestano come un tamburo porgi l’altra guancia (se ancora non te l’hanno sfregiata).
Tutto questo è più attinente al Vangelo ed alla santità che non alla condotta di vita corretta che – giustamente deve avere – chi ha una autorizzazione in materia di armi!
Esattamente il contrario di quanto succede negli USA dove al primo posto non c’è lo Stato ma la Libertà, il cittadino (con tutte le differenze del caso, ovviamente).
Anche se questa volta la Magistratura non ha fatto una bella figura, rimane tuttavia il fatto che contro gli abusi eventuali di Prefettura e Commissariati esiste una unica strada, quella del ricorso giudiziale. Mugugni e lamentele non servono assolutamente a nulla se poi si traducono in una accettazione di ingiustizie.
Altre volte la Magistratura ha dato segno di notevole equilibrio e ne abbiamo scritto più volte in questo blog. Ricordo la Cassazione che ha fatto, ad esempio, marcia indietro sui coltelli ad apertura bloccabile (prima considerati come pericolosi pugnali e poi riabilitati).
Riportiamo ora il brano della decisione del Consiglio di Stato: sono parole di per se’ giuste ma carenti per quello che abbiamo rilevato sopra.
“E’ indubbio che la disciplina delle licenze di p.s. pone un rigoroso quadro normativo ispirato al possesso della buona condotta e all’affidabilità nell’uso delle armi, la cui valutazione è rimessa all’autorità di p.s. alla luce di un complessivo giudizio connotato da lata discrezionalità, oltreché in sede di rilascio, anche in sede di rinnovo e permanenza del titolo nel tempo; ed è vero anche che, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa, le situazioni degli interessati devono essere vagliate non già in astratto ma in concreto, sulla base di un’adeguata istruttoria e congrua motivazione, rapportate al momento della valutazione e agli elementi in concreto acquisiti.
Ciò vale anche per quella di cui trattasi, collegata alla tutela della pubblica e privata incolumità connessa proprio all’uso delle armi e quindi al possesso di requisiti soggettivi di specifica affidabilità e di dimostrato bisogno, per cui il Prefetto ha un potere ampiamente discrezionale nel valutare con il massimo rigore qualsiasi circostanza che consigli l’adozione del provvedimento di divieto o di revoca della detenzione dell’arma, in quanto la misura restrittiva persegue la finalità di prevenire la commissione dei reati e, in generale, di fatti lesivi della pubblica sicurezza, con la conseguenza che il detentore deve essere persona esente da mende o da indizi negativi.
Orbene, ad avviso del Collegio, il provvedimento de quo contiene gli elementi indispensabili, in fatto e in diritto, per configurare la fattispecie all’esame, e la Sezione condivide le puntuali argomentazioni già svolte dal giudice di prime cure, che, dopo aver richiamato il contesto normativo e giurisprudenziale, ha sottolineato, come detto, la correttezza della valutazione effettuata dall’Amministrazione sia pure alla luce di una sola querela.
Invero il titolare di licenza di p.s. è tenuto, come dianzi esposto, a tenere un comportamento ancor più rigoroso di quello richiesto comunemente ad altre persone ed anche una sola querela, per reati di una certa rilevanza e gravità quali quelli di cui trattasi, può giustificare un provvedimento di divieto di detenzione di armi alla luce proprio delle disposizioni del T.U.L.P.S. e della stessa citata circolare ministeriale.”

 

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Critiche al sistema dell’appello ex art. 310 cpp sull’aggravamento della misura

arresti domiciliari

arresti domiciliari

 

Qualora il giudice di prime cure imponga una misura cautelare ad un indagato (arresti domiciliari, custodia cautelare in carcere ecc), è previsto il sistema del riesame ex art. 309 del codice di procedura penale.

Questo strumento prevede che il Tribunale del Riesame debba valutare e decidere sulla questione presentatagli entro il termine perentorio di giorni 10 dalla ricezione degli atti.
Cosa succede se il Tribunale non risponde entro questi 10 giorni? Succede che la misura cautelare contestata, cade, viene quindi annullata.

Questo è un sistema a garanzia dell’indagato privato della libertà, a mio avviso giustissimo.

Ma vorrei porre l’attenzione su un caso diverso ma simile. Ipotizziamo che all’inizio il giudice delle indagini preliminari abbia disposto tramite ordinanza la misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla P.G e che poi, a seguito di presunta violazione della misura, l’abbia aggravata con una più pesante come quella della custodia in carcere.

Qualora il provvedimento sia impugnato dalla difesa dell’indagato non sarà possibile presentare il Riesame (ex art. 309 cpp) bensì l’appello (innanzi allo stesso Tribunale del Riesame) ex art. 310 cpp.

Questo comporta un termine non perentorio per il Tribunale delle Libertà, questo vuol dire che l’udienza sarà fissata, e quindi il Tribunale deciderà, in un giorno deciso dal Tribunale senza che abbia nessun obbligo di celerità nel fissare l’udienza e quindi nel decidere.

Va da sè che possono passare dei mesi.

Perchè questa disparità di trattamento? Perchè il Tribunale, o meglio prima di lui il Codice, parte dal sunto che comunque una misura cautelare già è stata inflitta, quindi i presupposti nel momento in cui è stata emanata c’erano, quindi non c’è fretta per decidere su una semplice modifica di una condizione imposta da un collega Giudice.

Questa presunzione è assurda quanto ingiusta. Infatti il Giudice di prime cure, nell’emanare la misura cautelare ad esempio dell’obbligo di firma, ha scelto quella misura perchè era la più proporzionata rispetto alla gravità del reato ed alle esigenze cautelari. Ben diverso sarebbe stato il suo giudizio se fosse stata in gioco la libertà totale dell’indagato, ovvero la custodia cautelare in carcere!

Non di rado accade che dall’obbligo di firma si passi direttamente, ad esempio per una presunta violazione degli obblighi (provvedimento che comunque è soggetto ad impugnazione), ad una custodia cautelare e purchè ci sia un’udienza innanzi ad un altro Organo passano mesi. Questa situazione è inaccettabile.

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Cassazione: Non obbligatorio interrogare indagato se cade misura cautelare per motivi formali

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Depositate le motivazioni delle Sezioni Unite penali n. 28270/2014 in merito alla necessità di un nuovo interrogatorio per la riemissione del provvedimento cautelare divenuto inefficace ex art. 309 c.p.p. commi 5 (mancata trasmissione atti) e 10 (mancata tempestiva decisione su riesame).

Precedentemente la Quinta Sezione Penale, sempre della Suprema Corte di Cassazione, aveva rimesso alle Sezioni Unite il quesito “Se sia necessario il previo interrogatorio in caso di nuova emissione di misura cautelare, a seguito di dichiarazione di inefficacia di quella precedente, per il mancato rispetto dei termini nel procedimento di riesame”

«Nell’ipotesi di emissione di nuova misura cautelare custodiale in seguito alla dichiarazione di inefficacia, ai sensi dell’art. 309 c.p.p., commi 5 e 10, di quella precedente, il giudice per le indagini preliminari non ha il dovere di interrogare l’indagato prima di ripristinare nei suoi confronti il regime custodiale e non è tenuto a reiterare l’interrogatorio di garanzia neanche successivamente, sempre che l’interrogatorio sia stato in precedenza regolarmente espletato e sempre che la nuova ordinanza cautelare non contenga elementi nuovi e diversi rispetto alla precedente».

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Un mio intervento sul Maltrattamenti in famiglia (parte 3)

Terza ed ultima parte della mia parte nell’e-book sulla normativa contro i maltrattamenti in famiglia.

Con il testo contro il femminicidio (Decreto Legge , testo coordinato 14.08.2013 n° 93 , G.U. 16.08.2013) sono stati apportati degli accorgimenti alla materia al fine di rendere più snello, veloce e sicuro il procedimento e di conseguenza la vita della vittima.

Un’importante novità è la possibilità per le vittime di accedere alla difesa con il gratuito patrocinio a prescindere dal proprio reddito. Questa rappresenta un importante novità perché è fino ad ora era prevista solamente per chi aveva subito delle mutilazioni genitali.

1.  Conclusioni

Nel  momento in cui non rimane altra scelta, bisogna far partire il procedimento penale.

Per farlo partire nel migliore dei modi e far sì che la situazione venga inquadrata nel giusto contesto (quello del maltrattamento quindi) bisogna prendere dei piccoli accorgimenti.

Prima di tutto è bene fare diverse e numerose segnalazioni alla Polizia. I fatti descritti devono riguardare maltrattamenti avvenuti più volte. La ripetibilità del gesto è fondamentale ai fini della condanna. All’apprendere i fatti da voi descritti la polizia non farà altro che creare un fascicolo e aprire un procedimento. Voi  dovrete far aprire diversi fascicoli affinchè vi sia il reato di maltrattamento e non magari delle semplici lesioni (punite diversamente). Nessuno partirà a sirene spiegate verso casa vostra quindi. Ogni volta che raccontate i fatti, ricordate di riportare alcune testimonianze che potranno tornarvi utile, ad esempio indicare se è intervenuto qualche vicino per placare gli animi.

Anche per quanto riguarda la documentazione medica è bene avere diversi interventi del pronto soccorso (naturalmente se veritieri). Anche in questo caso in teoria dovrebbe partire un procedimento penale, ma non è detto che avvenga, spesso il pronto soccorso accetta la prima versione data dal soggetto bisognoso di cure, ad esempio la spesso utilizzata “caduta dalle scale”.

Una volta depositate più querele  riguardanti ogni singola lesione/percossa(sul come stipulare al meglio una querela sarebbe meglio farsi aiutare da un avvocato) cominceranno vari procedimenti che saranno poi riuniti in un unico processo per maltrattamenti. Per costituirsi parte civile e quindi ottenere l’eventuale risarcimento del danno per ciò che si ha passato è necessario farsi assistere da un avvocato.

Carlo Chialastri

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Un mio intervento sul Maltrattamento in famiglia (parte 2)

Ecco la seconda parte del mio intervento.

Buona lettura.

Il reato di Maltrattamento in famiglia, art. 571 c.p.

Il maltrattamento in famiglia è un reato perseguibile d’ufficio, descritto e reso tale dall’art. 571 del codice penale che recita testualmente “

Chiunque,(…) , maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.”

Viene quindi punito dal nostro Stato chiunque maltratta una persona che in qualche modo si trova in una situazione di sudditanza psicologica con l’aggressore, ma andiamo con ordine.
Innanzi tutto bisogna capire cosa si intende per “maltrattare”, termine fondamentale in quanto rappresenta la condotta tipica che l’ordinamento penale vuole reprimere.
Come è già stato ampiamente descritto in questo e-book, può essere sia fisico che psicologico.

Il maltrattamento si differenzia dalle percosse e dalle lesioni (art. 581 e 582 del nostro Codice Penale) sia per la sua frequenza nel tempo sia per il rapporto che lega aggressore ed aggredito.

Per esserci maltrattamento di regola si richiedono almeno tre diverse condotte violente nel tempo; è quindi importante che quando si subisce un atto violento (ripeto sia fisico che psicologico) lo si possa documentare.

Come vediamo dall’articolo se dagli atteggiamenti violenti ne derivano delle lesioni gravi/gravissime la pena è aumentata.

Questo è un reato perseguibile d’ufficio, ciò significa che per partire il procedimento non ha bisogno di una querela da parte della vittima e che la possibilità di far partire il procedimento penale non decade in soli tre mesi, cosa che accade ad esempio con le percosse o le lesioni lievi.

Per quanto riguarda il rapporto tra maltrattatore e vittima, il legislatore ha riservato particolare attenzione nel descrivere le varie circostanze che possono verificarsi in cui la vittima versa in uno sorta di stato di custodia e quindi fiducia da parte del violento. Il legislatore ha quindi voluto inasprire la pena, come in altri casi, nei riguardi dei soggetti che abusano della loro posizione, anche familiare.

 

Segue.

 

Carlo Chialastri

 

 

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Un mio intervento sul Maltrattamento in famiglia (Parte 1)

Mi fa piacere darvi l’anteprima di quello che sarà il mio intervento, prettamente penalistico, per un e-book contro il maltrattamento in famiglia. Di seguito la prima parte, buona lettura.

1.  Premessa

In questo breve capitolo, a me affidato, cercherò di dare dei consigli pratici a cui cercare di attenersi al fine di rendere il più semplice possibile il corso del procedimento penale a carico del violento.

Su ciò che configura la condizione psicologica e fisica di maltrattamento, e su quelle che sono le ripercussioni psicologiche, nonché i rimedi, civili o curativi, si è già abilmente parlato per opera dei miei colleghi “scrittori dell’e-book”. Vorrei però sottolineare l’importanza della “volontà” da parte del maltrattato di portare avanti un procedimento penale. A differenza degli altri rimedi di cui si è parlato, il processo penale a carico del violento è l’unico modo per arrivare alla sua condanna penale. È quindi importante, ai fini del corretto utilizzo di questo capitolo dell’e-book, che la persona che subisce, o che vede subire, violenze voglia che il violento sia punito (rieducato) .

2.  Consigli da NON seguire

Mi preme iniziare il mio intervento prima di tutto con delle raccomandazioni. Può capitare che una persona, presa dal momento di dolore, voglia sfogarsi con qualcuno. Capita ancora più spesso che quel qualcuno, preso da ira per l’appreso, dia i suoi consigli, senza dare molto peso alle parole dette. Sentirete spesso quindi consigliarvi la cd.  “giustizia fai da te” , ovvero trovare il modo per dare una lezione “non legale” all’aggressore.

Ricordo che ciò ha però delle ripercussioni penali e tra l’altro non è detto che possa concretamente risolvere il problema ma anzi, potrebbe addirittura peggiorarlo.

 

Altri “confidenti” invece si stupiranno del perché non si sia ancora agito, ma poi non faranno nulla per aiutarvi concretamente, ma riusciranno a farvi sentire in colpa per non aver ancora preso la situazione sotto il proprio controllo.

I consigli giusti per risolvere la vostra situazione li trovate in questo  e-book.

Segue.

Carlo Chialastri

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Mancata risposta al citofono: Non è ritenuto sufficiente al fine di commettere la violazione

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Corte di Cassazione Sez. Sesta Pen. – Sent. del 16.09.2011, n. 34281

Fatto e diritto

1. Deve premettersi che nei confronti di A. A. accusato del reato di cui agli art. 73 e 80 dpr n. 309/90, per il quale aveva già riportato condanna in primo grado, era stata disposta, in data 2/9/2010, la sostituzione -ex art. 276 cod. proc. pen.- della misura cautelare degli arresti domiciliari a cui era sottoposto con quella più rigorosa della custodia in carcere, in quanto i Carabinieri addetti al controllo, recatisi presso la sua abitazione la notte del precedente 15 agosto, pur avendo ripetutamente bussato al citofono, non avevano ricevuto alcuna risposta e ne avevano dedotto l’arbitrario allontanamento dell’imputato dal luogo di restrizione domiciliare.

2. Il Tribunale di Bari, con ordinanza 17/1/2011, decidendo in sede di appello ex art. 310 Cod. proc. pen., confermava il provvedimento 9/9/2010 della Corte d’Appello di Bari, che aveva rigettato la richiesta, avanzata dall’imputato, di revoca della custodia in carcere e di ripristino degli arresti domiciliari.
Il Tribunale riteneva accertata, sulla base di quanto riferito dai Carabinieri, la trasgressione da parte dell’imputato alle prescrizioni degli arresti domiciliari, considerato che l’assunto difensivo del presunto guasto al citofono non era stato dimostrato e, anzi, era smentito dalla circostanza che i verbalizzanti, in occasione del controllo eseguito la notte del 15/8/20lO avevano notato altra persona entrare nello stabile dopo avere citofonato.
3. Ha proposto ricorso per cassazione, tramite il proprio difensore, l ‘imputato, deducendo il travisamento della prova in ordine al ritenuto funzionamento del citofono e l’illogicità della motivazione nella parte in cui non aveva dato alcun rilievo alle allegazioni difensive. La difesa ha, inoltre, depositato memoria con la quale ha eccepito l’omessa notifica all’imputato dell’avviso di fissazione dell’udienza camerale dinanzi al Tribunale.
4. Il ricorso è fondato per le ragioni di seguito precisate.
Preliminarmente va disattesa l’eccezione in rito, dedotta con la memoria difensiva, considerato che l’avviso dell’udienza camerale ex art. 310 cod.. proc. pen. dinanzi al Tribunale risulta essere stato regolarmente e tempestivamente notificato all’imputato a mani proprie presso la Casa Circondariale di Lecce.
Pertinenti e rilevanti sono, invece, le censure mosse all’apparato argomentativo su cui riposa l’ordinanza impugnata, che, in maniera frettolosa e superficiale, ritiene provata la violazione da parte dell’imputato del divieto di allontanarsi dal luogo di restrizione domiciliare, sulla base della sola inferenza conseguente alla mancata risposta al citofono ripetutamente azionato dai Carabinieri addetti al controllo. Tale conclusione, basata su una mera presunzione, omette di analizzare specificamente, sia pure per disattenderle motivatamente, le articolate allegazioni difensive e non è conseguentemente sorretta da adeguato e logico percorso argomentativo.
Ed invero, l’imputato, a dimostrazione del guasto del citofono che serviva la sua abitazione, ha allegato la corrispondente dichiarazione dell’amministratore del condominio, A. P., incaricato di attivarsi per la relativa riparazione, non potuta tempestivamente eseguire per le difficoltà incontrate, dato il periodo feriale, nel reperimento del tecnico. Non ha mancato l’imputato di sottolineare, a propria difesa, le seguenti ulteriori circostanze. non prive di rilievo: a) dal constatato funzionamento regolare del citofono che serviva l’appartamento di altro condomino non poteva inferirsi anche l’efficienza dell’impianto relativo al proprio appartamento; b) il numero di utenza mobile .che pure i Carabinieri avevano inutilmente tentato di contattare, per verificare la sua presenza in casa, non era nella sua disponibilità, ma in quella di un suo familiare che, all’epoca, era in Albania; c) la mancata affissione al citofono di un cartello che ne segnalasse il guasto non dimostrava la trasgressione alle prescrizioni inerenti alla misura cautelare; d) i Carabinieri sarebbero comunque potuti entrare nello stabile in cui era ubicato il suo appartamento, facendo aprire il cancello dagli addetti alla vigilanza, che prestavano servizio continuativo.
A tali specifici rilievi l’ordinanza in verifica non dà alcuna risposta e deve, pertanto, essere annullata con rinvio al Tribunale di Bari, che dovrà, con ampia libertà di giudizio riesaminare il caso e motivare adeguatamente e logicamente la decisione che andrà ad adottare.
Non comportando la presente decisione la rimessione in libertà del ricorrente, la cancelleria provvederà agli adempimenti di cui all’art. 94/l 0ter disp. att. cod. proc. pen.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Bari. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94/1°ter disp. att. cod. proc. pen.
Depositata in Cancelleria il 16.09.2011

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Importanza di tenere il provvedimento del Giudice

DA COMPLETARE

L’articolo di oggi si concentrerà su quello che ritengo un consiglio pratico, basilare, al quale però, purtroppo, non tutti pensano.

Come ho più volte detto nei miei articoli, l’unico vero testo a fare legge nei casi di un applicazione di una misura cautelare, è proprio il provvedimento del Giudice dal quale ne deriva l’applicazione della misura cautelare.

Nel 99% dei casi questo provvedimento ce lo ritroviamo a casa, essendo obbligata la cancelleria del Giudice a notificare il presente atto, che vieni quindi presentato dalla Polizia Giudiziara al momento dell’applicazione della misura cautelare.

Visto il momento in cui viene notificata, capita spesso che la persona sottoposta a misura cautelare, presa da un attimo di ira, la butti o la strappi o comunque si dimentichi dove l’abbia messa.
Questo non è un problema, quel documento può sempre essere richiesto in Tribunale. Ciò che conta è che una copia resti a casa ed ora spiegherò il perchè.

 

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Ora d’aria non prevista agli Arresti Domiciliari

Ci siamo trasferiti!!!
Per leggere l’articolo completo andare su http://www.arresti-domiciliari.com/2014/04/13/ora-daria/

 

Nell’articolo di oggi esaminerò un aspetto particolare della previsione legislativa, mostrando, ulteriormente, come ci siano delle divergenze illogiche sul trattamento previsto dalla legge tra un detenuto in carcere ed un indagato agli arresti domiciliari.

Come sappiamo, ai detenuti in carcere è permessa, o meglio, è garantita la così detta “ora d’aria” dall’art. 10 della Legge 26 luglio 1975 n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” che recita:

Ai soggetti che non prestano lavoro all’aperto é consentito di permanere almeno per due ore al giorno all’aria aperta (cd. ora d’aria). Tale periodo di tempo può essere ridotto a non meno di un’ora al giorno soltanto per motivi eccezionali.

La permanenza all’aria aperta é effettuata in gruppi a meno che non ricorrano i casi indicati nell’ articolo 33 e nei numeri 4) e 5) dello articolo 39 ed é dedicata, se possibile, ad esercizi fisici.”

Vediamo come siano garantiti più che giustamente, ai detenuti almeno due ore al giorno di aria aperta. Sappiamo anche grazie a numerosi studi come sia necessario per l’essere umano lo stare sotto al sole, respirare aria fresca, svagarsi.

Ci siamo trasferiti!!!
Per leggere l’articolo completo andare su http://www.arresti-domiciliari.com/2014/04/13/ora-daria/

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